L’aria pesante del vuoto intorno alla Torre, quella mattina pareva più prepotente del consueto. Si respirava a fatica, umida com’era, e trasmetteva una stanchezza ed un’insoddisfazione palpabili, difficili da ignorare.
C’è da dire che di vento ce n’era, come d’altronde ogni giorno: sarebbe stato un evento da ricordare, l’assenza di movimento nell’aria di Sadriel o di una qualunque delle Torri. E invece quello appariva un giorno come un altro, solo un poco più lento, un poco più pigro, ma che, come tutti, sarebbe passato.
La nebbia, altro elemento mai assente di quel posto, era questa volta più spessa, e circondava ogni spigolo isolandolo dal resto del mondo, quasi a proteggerlo da ciò che accadeva di fuori. Persino i suoni parevano risentire dello spessore dell’aria, tanto che il silenzio sembrava più insistente, e forse lo era da parlare lui stesso alle centinaia di persone che attendevano sulla grande terrazza di Sadriel, intimandogli dolcemente ma con decisione di sussurrare. “Mantenete bassi i toni” sembrava dire “e continuate a sperare. Pregate” gli chiedeva. E quel colore viola, livido come una ferita mai guarita, e vivo, intenso, sanguinante, posava nei loro cuori la paura che, più di quanto qualunque altra cosa avrebbe potuto fare, li spingeva ad obbedirle.
Il colore viola negli ultimi tempi era decisamente divenuto un segnale d’allarme, eppure, appena qualche mese, forse un anno prima, nulla avrebbe fatto presagire un cambiamento così repentino ed improvviso.
Forse è necessario cominciare la narrazione dal momento in cui ogni pezzo aveva cominciato a trovare una sua collocazione e lentamente ogni cosa era andata al suo posto, creando e al tempo stesso distruggendo molte vite.
Il momento più vicino all’inizio di questa storia, risale al giorno degli esami delle due scuole di Sadriel. Giorno che vide protagonisti due ragazzi che percorreranno il resto del racconto come personaggi principali.
Era la stagione di mezzo tra estate e inverno, in cui le temperature cominciavano a calare, regalando un’aria frizzante e ricca di vita, memori dell’afa estiva ormai esausta e carichi dell’elettricità dei venti invernali. Sulla Torre di Sadriel sembrava esserci una scintilla di vivacità più intensa del solito. I ragazzi, grandi e piccoli, apparivano tesi, ed in molti mostravano un pallore innaturale che ne caratterizzava l’ansia evidente; gli adulti, la cui presenza stessa lasciava presupporre che fosse un giorno importante, si affacciavano alla terrazza e chiacchieravano tra loro, chi rassicurando i propri figli, chi cercando di ingannare il tempo con qualche rimprovero o raccomandazione.
Nel momento in cui la luce della fiaccola centrale assunse un colore roseo, la folla intera si voltò verso di essa, ed il brusio si fece più forte, così come la tensione, che regalò ai letti dell’infermeria un paio di vittime in più, tra i ragazzi più grandi, che evidentemente avevano avuto un piccolo calo di pressione. “Nulla di grave” avrebbe assicurato l’infermiera pochi minuti dopo “è solo lo stress”. Ed in effetti, non era la prima volta che accadeva, né, per quanto ne sapevano loro, sarebbe stata l’ultima.
La fiaccola brillò di quel colore caldo e acceso per parecchi minuti, finchè non si fu certi che tutti l’avessero vista. Quando, infine, tornò ad assumere la consueta tonalità arancione, la gente si voltò verso le porte principali, che vennero lentamente aperte, dando loro la possibilità di entrare all’interno dei corridoi della Scuola.
La calca non si dissolse se non dopo parecchi minuti, quando ormai tutti, con delusione o soddisfazione, erano venuti a conoscenza del proprio risultato e la maggioranza dei ragazzi, quelli che erano stati ammessi, tirava finalmente un sospiro di sollievo. I volti ripresero colore, e si tinsero persino di qualche risata, che esorcizzava ogni paura che fino a quel momento ne aveva impedito il manifestarsi.
Tra i ragazzi ammessi, appariva una figura piuttosto minuta, che camminava spedita verso quello che, a giudicare dall’aspetto, doveva essere un parente, forse il fratello maggiore. Dopo un veloce bacio sulla guancia, ed un saluto appena accennato, la ragazza corse via, imboccando uno delle migliaia di corridoi della Torre, che conduceva alla sua stanza e raggiungendo presto una delle porte assolutamente anonime dei dormitori.
Anche quel giorno il cielo era di colore viola, ma di una tonalità tenue, debole, incerta, e la nebbia pareva meno fitta, il vento tranquillo ma sempre presente. C’era il sole, sebbene fosse visibile solo attraverso una fitta ed indecisa coltre di nubi grigiastre e malaticce, e la giornata sembrava piuttosto promettente, dato l’esito degli esami, che avevano visto oltre la metà dei ragazzi ammessi alle due Scuole principali.
Ciò nonostante, o forse sarebbe meglio dire proprio per queste ragioni, non tutti sembravano tranquilli ed in particolare un ragazzo, da poco poggiato in un angolo in ombra della terrazza grande, appariva più che mai inquieto. Il suo nome era Gabriel Kenneth, anche conosciuto come Lupo, per ragioni di cui solo in pochi erano al corrente. Portava una polo chiara, su dei jeans quasi neri, dall’aria di essere non troppo nuovi, eppure calzati con ostentata sicurezza. I suoi capelli erano scuri, in disordine sulla testa, con la tendenza a cadergli sulla fronte coprendone lo sguardo altrettanto adombrato. Le labbra, sottili e precise, erano in quel momento increspate, piegate in una smorfia che faceva a pugni con le risa dei ragazzi poco più avanti. La tensione che, nonostante la buona notizia dell’ammissione alla Scuola di Sayshan, ancora sembrava irrigidirgli le membra, era dovuta a suo parere alla questione delle Guide.
Ogni ragazzo che frequentava il primo anno della Scuola di Sayshan, infatti, aveva l’obbligo di prendere sotto la sua custodia un ragazzo più piccolo, tra coloro che erano stati appena ammessi alla Scuola di Chyan, dalla quale loro erano invece appena usciti. Nel corso dei tre anni successivi, quindi, si sarebbe preso l’impegno di responsabilizzarlo ed educarlo alla vita scolastica, così da poter fare lo stesso, una volta superato l’esame finale della scuola inferiore.
Gabriel, dunque, come tutti i ragazzi della sua età, aveva conseguito gli studi per tre anni, accompagnato dalla sua Guida, Jeff Keen, ed era per lui giunto il momento di diventarlo a sua volta, scontrandosi con tutto ciò che questo avrebbe comportato.
La sua radicata convinzione che l’esistenza delle Guide fosse inutile, era già di per sé un buon motivo per cui, secondo lo studente, avrebbe dovuto avere il diritto di contestare questa regola. Eppure, a questo si aggiungeva qualcosa di decisamente più importante e che gli portava una preoccupazione maggiore. Ciò che, tutto sommato, lo preoccupava maggiormente, erano i suoi continui sbalzi di umore.
Non che fosse mai stato un ragazzo tranquillo, certamente, ma nell’ultimo periodo si era trovato spesso in situazioni che, nonostante le ragioni non fossero mai particolarmente rilevanti, lo portavano dalla più completa indifferenza, all’ira più feroce: temeva, quindi, che il suo temperamento tutt’altro che tranquillo lo avrebbe portato a scontrarsi con il suo Allievo provocando conseguenze decisamente non desiderabili.
Si fosse trattato semplicemente di qualche scatto d’ira, naturalmente non sarebbe stato un problema, se non per il suo Allievo, di cui, in tutta sincerità, a lui sarebbe importato davvero poco. Invece la questione era di tutt’altro genere.
C’è da dire che di vento ce n’era, come d’altronde ogni giorno: sarebbe stato un evento da ricordare, l’assenza di movimento nell’aria di Sadriel o di una qualunque delle Torri. E invece quello appariva un giorno come un altro, solo un poco più lento, un poco più pigro, ma che, come tutti, sarebbe passato.
La nebbia, altro elemento mai assente di quel posto, era questa volta più spessa, e circondava ogni spigolo isolandolo dal resto del mondo, quasi a proteggerlo da ciò che accadeva di fuori. Persino i suoni parevano risentire dello spessore dell’aria, tanto che il silenzio sembrava più insistente, e forse lo era da parlare lui stesso alle centinaia di persone che attendevano sulla grande terrazza di Sadriel, intimandogli dolcemente ma con decisione di sussurrare. “Mantenete bassi i toni” sembrava dire “e continuate a sperare. Pregate” gli chiedeva. E quel colore viola, livido come una ferita mai guarita, e vivo, intenso, sanguinante, posava nei loro cuori la paura che, più di quanto qualunque altra cosa avrebbe potuto fare, li spingeva ad obbedirle.
Il colore viola negli ultimi tempi era decisamente divenuto un segnale d’allarme, eppure, appena qualche mese, forse un anno prima, nulla avrebbe fatto presagire un cambiamento così repentino ed improvviso.
Forse è necessario cominciare la narrazione dal momento in cui ogni pezzo aveva cominciato a trovare una sua collocazione e lentamente ogni cosa era andata al suo posto, creando e al tempo stesso distruggendo molte vite.
Il momento più vicino all’inizio di questa storia, risale al giorno degli esami delle due scuole di Sadriel. Giorno che vide protagonisti due ragazzi che percorreranno il resto del racconto come personaggi principali.
Era la stagione di mezzo tra estate e inverno, in cui le temperature cominciavano a calare, regalando un’aria frizzante e ricca di vita, memori dell’afa estiva ormai esausta e carichi dell’elettricità dei venti invernali. Sulla Torre di Sadriel sembrava esserci una scintilla di vivacità più intensa del solito. I ragazzi, grandi e piccoli, apparivano tesi, ed in molti mostravano un pallore innaturale che ne caratterizzava l’ansia evidente; gli adulti, la cui presenza stessa lasciava presupporre che fosse un giorno importante, si affacciavano alla terrazza e chiacchieravano tra loro, chi rassicurando i propri figli, chi cercando di ingannare il tempo con qualche rimprovero o raccomandazione.
Nel momento in cui la luce della fiaccola centrale assunse un colore roseo, la folla intera si voltò verso di essa, ed il brusio si fece più forte, così come la tensione, che regalò ai letti dell’infermeria un paio di vittime in più, tra i ragazzi più grandi, che evidentemente avevano avuto un piccolo calo di pressione. “Nulla di grave” avrebbe assicurato l’infermiera pochi minuti dopo “è solo lo stress”. Ed in effetti, non era la prima volta che accadeva, né, per quanto ne sapevano loro, sarebbe stata l’ultima.
La fiaccola brillò di quel colore caldo e acceso per parecchi minuti, finchè non si fu certi che tutti l’avessero vista. Quando, infine, tornò ad assumere la consueta tonalità arancione, la gente si voltò verso le porte principali, che vennero lentamente aperte, dando loro la possibilità di entrare all’interno dei corridoi della Scuola.
La calca non si dissolse se non dopo parecchi minuti, quando ormai tutti, con delusione o soddisfazione, erano venuti a conoscenza del proprio risultato e la maggioranza dei ragazzi, quelli che erano stati ammessi, tirava finalmente un sospiro di sollievo. I volti ripresero colore, e si tinsero persino di qualche risata, che esorcizzava ogni paura che fino a quel momento ne aveva impedito il manifestarsi.
Tra i ragazzi ammessi, appariva una figura piuttosto minuta, che camminava spedita verso quello che, a giudicare dall’aspetto, doveva essere un parente, forse il fratello maggiore. Dopo un veloce bacio sulla guancia, ed un saluto appena accennato, la ragazza corse via, imboccando uno delle migliaia di corridoi della Torre, che conduceva alla sua stanza e raggiungendo presto una delle porte assolutamente anonime dei dormitori.
Anche quel giorno il cielo era di colore viola, ma di una tonalità tenue, debole, incerta, e la nebbia pareva meno fitta, il vento tranquillo ma sempre presente. C’era il sole, sebbene fosse visibile solo attraverso una fitta ed indecisa coltre di nubi grigiastre e malaticce, e la giornata sembrava piuttosto promettente, dato l’esito degli esami, che avevano visto oltre la metà dei ragazzi ammessi alle due Scuole principali.
Ciò nonostante, o forse sarebbe meglio dire proprio per queste ragioni, non tutti sembravano tranquilli ed in particolare un ragazzo, da poco poggiato in un angolo in ombra della terrazza grande, appariva più che mai inquieto. Il suo nome era Gabriel Kenneth, anche conosciuto come Lupo, per ragioni di cui solo in pochi erano al corrente. Portava una polo chiara, su dei jeans quasi neri, dall’aria di essere non troppo nuovi, eppure calzati con ostentata sicurezza. I suoi capelli erano scuri, in disordine sulla testa, con la tendenza a cadergli sulla fronte coprendone lo sguardo altrettanto adombrato. Le labbra, sottili e precise, erano in quel momento increspate, piegate in una smorfia che faceva a pugni con le risa dei ragazzi poco più avanti. La tensione che, nonostante la buona notizia dell’ammissione alla Scuola di Sayshan, ancora sembrava irrigidirgli le membra, era dovuta a suo parere alla questione delle Guide.
Ogni ragazzo che frequentava il primo anno della Scuola di Sayshan, infatti, aveva l’obbligo di prendere sotto la sua custodia un ragazzo più piccolo, tra coloro che erano stati appena ammessi alla Scuola di Chyan, dalla quale loro erano invece appena usciti. Nel corso dei tre anni successivi, quindi, si sarebbe preso l’impegno di responsabilizzarlo ed educarlo alla vita scolastica, così da poter fare lo stesso, una volta superato l’esame finale della scuola inferiore.
Gabriel, dunque, come tutti i ragazzi della sua età, aveva conseguito gli studi per tre anni, accompagnato dalla sua Guida, Jeff Keen, ed era per lui giunto il momento di diventarlo a sua volta, scontrandosi con tutto ciò che questo avrebbe comportato.
La sua radicata convinzione che l’esistenza delle Guide fosse inutile, era già di per sé un buon motivo per cui, secondo lo studente, avrebbe dovuto avere il diritto di contestare questa regola. Eppure, a questo si aggiungeva qualcosa di decisamente più importante e che gli portava una preoccupazione maggiore. Ciò che, tutto sommato, lo preoccupava maggiormente, erano i suoi continui sbalzi di umore.
Non che fosse mai stato un ragazzo tranquillo, certamente, ma nell’ultimo periodo si era trovato spesso in situazioni che, nonostante le ragioni non fossero mai particolarmente rilevanti, lo portavano dalla più completa indifferenza, all’ira più feroce: temeva, quindi, che il suo temperamento tutt’altro che tranquillo lo avrebbe portato a scontrarsi con il suo Allievo provocando conseguenze decisamente non desiderabili.
Si fosse trattato semplicemente di qualche scatto d’ira, naturalmente non sarebbe stato un problema, se non per il suo Allievo, di cui, in tutta sincerità, a lui sarebbe importato davvero poco. Invece la questione era di tutt’altro genere.
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