Innanzitutto non so cosa voglio. Non so cosa dovrei desiderae, quindi non so quale strada prendere, da che parte guardare e come guardare. Inoltre non ho la minima idea di chi sono io. Come diceva Pirandello, dietro le maschere che portiamo, alla fine non c'è nessuno. Ed io sono nessuno, o comunque sento che mi sono molto avvicinata all'ultima maschera. O forse ne ho tolta una molto pesante, e devo ancora abituarmi a sentirmi così leggera. Fatto sta che non è proprio leggerezza, quella che mi appartiene ora. E' una confusione che mescola ogni pensiero, che mescola le parole, che le fa scorrere veloci e confusionarie su questi tasti, fino a creare un impasto omogeneo che sembra così vicino al nulla, al vuoto totale. Eppure è pesante e mi fa stare con il viso a terra.
Mi attacco alle cose materiali per definire me stessa. Compro questo o quello, per dimostrarmi che questo o quello sono cose che mi piacciono, per dimostrarmi che esiste ancora una parte di me, in questo corpo, una parte che ha ancora qualche desiderio, qualche definizione, qualche limite. Eppure non bastano dei vestiti od un modo di truccarmi o una persona da ammirare, a definire il mio sorriso. Non bastano a rendermi felice, e sembrano essere diventati solo il simbolo di questa profonda frustrazione.
Prima le lacrime sono saltate fuori in un momento strano. Come se la commozione fosse sopraggiunta quando ho appreso che nemmeno 'lei' è riuscita a rimanere fedele agli insegnamenti della maestra. Non penso sia davvero questo il discorso, d'accordo, ma è un buon punto di partenza. Mi sembra sempre di vivere due vite differenti. Forse mi sono immersa così tanto, nell'anno passato, nella sua vita ed in quella della sua famiglia, che improvvisamente mi sono divisa in due anime, entrambe per qualche motivo mutilate, eppure effettivamente, due. Una è lì, lontano dalla mia coscienza presente, eppure consapevole di se stessa, che sente da qui la mancanza di quell'affetto, di quegli insegnamenti, che è rimasta debole ma speranzosa, debole e insulsa, sottomessa, ma desiderosa di quella routine e tranquillità, dimentica del dolore. L'altra parte è qui a Roma, che a differenza della precedente, non vuole più amare. E' convinta che l'amore sia terminato e se ne sia andato via, lasciando spazio ai pessimi esempi che lei le ha dato, e dunque alla vendetta, alla paura e quindi all'emulazione, per difesa. Insomma, in posizione difensiva, che cerca di ostentare da qui la sua forza, ma restando in difesa è costretta a rimanere ferma dove si trova, e quindi non andando avanti resta lì, in balia del dolore. Un dolore di cui non capisce la provenienza, ma che sente lento ed inesorabile, come un coltello che la penetra pian piano, volendo farle patire sofferenze atroci.
Comunque ha ragione. Mi sto scavando la fossa con le mie mani. Perchè -e ci ho appena pensato- ogni volta che mi si presenta l'occasione o la possibilità di uscire fuori dalla mia apatia, dal mio terrore psicologico, ecco che subito faccio sì che la soluzione non sia più valida. Addirittura, sembro essere arrivata a cambiare la natura del problema, pur di non risolverlo, pur di continuare a lamentarmi. Mi sembra di essere monotona, di stancare la gente, e di autocommiserarmi anche solo scrivendo queste cose. Ed un pò è così, lo ammetto, anche se è piuttosto evidente. Mi sto autocommiserando. Sto cercando l'attenzione di chiunque, cercando in qualche modo di porre loro il problema.
Cosa voglio?
Chi sono?
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